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Stefan Zweig scrisse Novella degli Scacchi nel 1941, pochi mesi prima di suicidarsi, insieme con la seconda moglie, nella città brasiliana di Petropolis, il 22 febbraio 1942. La notizia della sua morte fu sopraffatta dalle notizie dei fronti di guerra e così anche la sua ultima, disperata protesta, che era poi un atto di resa definitiva di fronte alla cieca brutalità e alla violenza, non fu che un flebile grido, quasi inudibile, nel frastuono di quegli anni.
Nella Novella degli scacchi lo stato d'animo di abbandono, di infinita stanchezza, di rinuncia alla lotta, che portò l'autore al suicidio, è prefigurato nella sconfitta di colui che rappresenta la sensibilità, l'intelligenza, la cultura per opera di un semianalfabeta, ottuso uomo-robot. A rendere ancora più crudele la disfatta dello spirito, Zweig scelse come terreno dello scontro una scacchiera. Dallo sfacelo della sua "geistigen Heimat Europa", della sua patria spirituale l'Europa, Zweig non vuole salvare nemmeno il gioco degli scacchi, ormai appannaggio non più di uomini dotati di talento, estro, passione, ma di "campioni" come Czentovic, rozzo quanto prodigioso accumulo di facoltà puramente meccaniche.

 

tratto dalla rubrica Bianco e Nero... in Libreria di Torre & Cavallo

di Mauro Reggiani

Quando nel 1941, pochi mesi prima di suicidarsi in Brasile insieme con la seconda moglie, lo scrittore mitteleuropeo Stefan Zweig trasmise in questo racconto il suo testamento spirituale, vedeva nel mondo e sentiva dentro di sé la disfatta dei valori e il crollo degli ideali di cui simbolicamente affidò qui agli scacchi (da lui amati al pari delle altre manifestazioni dell’ingegno umano) il triste compito della rappresentazione. Raffigurando nel drammatico scontro sulla scacchiera tra il colto, fine e sensibile (ma sdoppiato e maniacale dopo la prigionia) dottor B. e l’ottuso e semianalfabeta (ma scacchisticamente geniale e vincente) “professionista” Czentovic un disperato stato d’animo di abbandono, di stanchezza, di rinuncia alla lotta contro la brutalità e la violenza che vedeva dilagare in Europa. Ma anche la dolorosa sconfitta della spiritualità “universale” nei confronti del sistematico e impietoso accumulo di facoltà puramente tecniche tipico di chi coltiva un unico “talento”. (Amaro bilancio, questo, non certo fuor di tempo nel superspecializzato mondo d’oggi: nemmeno rimanendo in tema strettamente scacchistico…)